RITRATTO DI GIULIA BEVILACQUA, LA MILADY DEI “MOSCHETTIERI DEL RE”

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Giulia Bevilacqua nei panni di Milady (foto di Tullio De Orsola©, fonte: ufficio stampa Marta4Factory)

Nelle sale è una solitaria e corvina (di nome e di fatto) Milady, incaricata di eliminare ad uno ad uno i protagonisti di “Moschettieri del re – La penultima missione”, il film di Giovanni Veronesi con un cast all-star che comprende Margherita BuyPierfrancesco FavinoSergio RubiniValerio Mastandrea e Rocco Papaleo.

Nella vita, Giulia Bevilacqua è l’esatto contrario: moglie del giornalista economico Nicola Capodanno e madre della piccola Vittoria nata il 16 novembre scorso, è solare, aperta, disponibile.

Com’è entrata nel cast?
Con un provino, come dovrebbe essere sempre. Per la mia Milady ho lavorato molto sull’aspetto enigmatico ed animalesco del personaggio, concentrandomi su gestualità e movimenti e confrontandomi con Giovanni: credo che noi attori siamo strumenti nelle mani dei registi, possiamo proporre, ma sono loro a doverci guidare con la visione d’insieme.

Com’è stato il rapporto con i colleghi?
Stupendo: sono attori straordinari e molto simpatici. Li conoscevo tutti, ma non ci avevo mai lavorato e ho vissuto la prima scena insieme con ansia da prestazione. È stato bello vederli all’opera perché sono professionisti tanto grandi quanto diversi: Pierfancesco Favino è molto preciso, Valerio Mastandrea è un improvvisatore dall’umorismo nero, Rocco Papaleo un creativo, un romantico così come Sergio Rubini che ha di suo una delicatezza unica.

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Giulia Bevilacqua sul set con Alessandro Haber (foto di Tullio De Orsola©, fonte: ufficio stampa Marta4Factory)

Il ruolo cinematografico cui è più legata?
Quello per “Il contagio” di Coluccini e Botrugno, un film intenso, profondo, un lavoro d’equipe meraviglioso con persone che credono ancora nel cinema come forma d’arte. Per il resto, spero sempre in una bella sfida come protagonista.

Difficile?
Più di quanto si creda. Il problema è che ormai quasi sempre i film nascono già con i loro protagonisti: è frustrante non potersi misurare alla pari, con un provino, e doversi ridurre a concorrere magari solo per ruoli marginali.

Ha mai pensato ad una carriera all’estero, dove per tradizione si provina di più?
Ad inizio carriera con “L’ora di punta”, una coproduzione francese che arrivò alla Mostra di Venezia, mi fu chiesto di provare con il cinema francese che adoro e per il quale avrei avuto il vantaggio della lingua, l’unica straniera che conosco… All’epoca ero più timorosa e non ci andai… Me ne sono pentita, sì, ma ora sono moglie, madre, mah! è andata così.

In compenso ha lavorato molto in tv. Da “Distretto di polizia” in poi non ha sbagliato un colpo.
L’Anna Gori di “Distretto di polizia” è rimasta nella memoria collettiva. Sono grata a quel personaggio e a Pietro Valsecchi che mi scelse offrendomi di fatto non solo grande popolarità ma soprattutto un’ottima palestra per imparare il mestiere: era un progetto curato nei particolari, dalla sceneggiatura bella ed interessante e poi girato su pellicola… non si potevano fare cento ciak, si provava molto e bisognava essere bravi! Se ho pagato uno scotto per tanta popolarità? Forse un po’ sì. Lasciata la serie, ho aspettato un annetto buono prima di poter dimostrare di poter fare altro misurandomi con tre personaggi diversissimi tra loro, in “Dov’è mia figlia”, “Bentornato Nero Wolfe” e “Il delitto di via Poma”

Mi racconti un po’ del suo esordio: fu in un video di Bon Jovi...
Che ridere! Ero ancora all’università e mi presentai con un’amica per fare la comparsa in un suo video: mentre aspettavo sul set, il regista, non contento della protagonista, mi vide e mi scelse. Fu esaltante
Ed il suo rapporto con la musica?
Non ho un genere particolare… Ascolto musica varia, spazio da De André e De Gregori a Calcutta, Jovanotti,…

Covava da allora il sogno di essere attrice?
No, da prima: dopo il liceo classico mi ero iscritta ad Architettura, ma sin da bambina coltivavo il sacro fuoco per la recitazione, un sogno nel cassetto e nulla più visto che in famiglia nessuno era attore. All’università, però, decisi di iscrivermi ad un corso di teatro e fu lì che mi consigliarono di provare ad entrare al Centro Sperimentale: feci le selezioni di nascosto e, superatele, diedi la notizia ai miei che, sorpresa, non mi ostacolarono.

Ma oggi quale medium predilige: teatro, cinema, tv?
Non saprei: il lavoro è lo stesso. Certo, in tv sono a mio agio perché è quella che ho fatto di più, ma è il cinema quello cui aspiro maggiormente perché ha tempi più dilatati ed è il mezzo in cui lo spettatore è assorbito completamente, senza distrazioni di sorta. Il teatro è il punto più alto della recitazione: ti senti nel posto giusto al momento giusto e ti consente un rapporto carnale con il pubblico.

Due aggettivi per definirsi come donna, attrice, mamma.
Come donna, tre: solare, positiva, affidabile. Come attrice, sono seria e giocherellona: nel nostro lavoro servono gli opposti. Come madre, mi sono scoperta serena e meno ansiosa di quanto temessi.

Il suo rapporto con i social?
L’unico che uso è Instagram: mi piace perché decido io quanto e cosa far vedere e perché mi offre l’opportunità di ricambiare l’affetto di chi mi segue. Quando è nata Vittoria ero in dubbio sul da farsi, poi mi è sembrato carino condividere la mia gioia con i miei fan, se vogliamo chiamarli così, che sono sempre stati carini con me e mai invadenti o irrispettosi.

Chiudiamo con una domanda di prammatica: progetti per il futuro?
Per l’immediato futuro, fare la mamma: vorrei godermi al massimo questo momento con Vittoria, almeno finché non la svezzo. Al lavoro mi dedicherò tra qualche mese!

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